
Caro Piergiorgio,
non so se le canzoni possano davvero cambiare qualcosa, ma la tua “Non si vede” mi ha fatto fermare.
Non succede quasi mai.
L’ho ascoltata per caso, una sera qualsiasi, e mi è sembrato di riconoscermi in quelle parole: “vivo in una gabbia che non si vede, cerco il mio posto che non si vede.”
Non so spiegarti bene perché, ma ho sentito che parlavi di me.
C’è qualcosa di vero, di vissuto, nel modo in cui canti.
Non è solo la voce, ma il respiro tra una frase e l’altra, il suono delle chitarre che sembrano inciampare insieme alle parole e a te, come se anche la musica cercasse un equilibrio.
È raro oggi sentire un brano rock che non finge di sapere già tutto, che non posa.
La tua canzone invece si espone, mostra la crepa, proprio per questo emoziona.
Forse non si vede davvero — ma si sente, eccome.
Si sente la fatica, la ricerca, il coraggio di restare in piedi senza nascondersi dietro i rumori del mondo, si sente la fatica a non cercare la facile strada del motivetto dell’estate.
Io non sono una critica musicale né una esperta, ti dico solo grazie.
Grazie perché in quei tre minuti ho avuto la sensazione di non essere sola dentro la mia gabbia invisibile.
E se la musica serve ancora a qualcosa, forse è proprio questo: a farci intravedere, almeno per un attimo, quello che non si vede.
Con affetto
Miriana Lodi (TN)
“Con ‘Non si vede’, Piergiorgio Corallo firma uno dei brani più sinceri e viscerali del nuovo rock italiano.
Un pezzo che non si limita a raccontare il disagio, ma lo attraversa:
tra chitarre tese e parole che feriscono, Corallo costruisce una confessione collettiva di fragilità universale. Il rock è fragile”
— Laura Basic, PostRockNation.com
